E’ il 1960, Oliva Denaro ha quindici anni, abita in un paesino della Sicilia e fin da piccola sa – glielo ripete ossessivamente la madre – che “la femmina è una brocca, chi la rompe se la piglia”. Le piace studiare e imparare parole difficili, correre a “scattafiato”, copiare di nascosto su un quaderno i volti delle stelle del cinema (anche se i film non può andare a vederli, perché “fanno venire i grilli per la testa”), cercare le lumache con il padre, tirare pietre con la fionda a chi schernisce il suo amico Saro. Non le piace invece l’idea di avere “il marchese”, perché da quel momento in poi queste cose non potrà più farle, e dovrà difendersi dai maschi per arrivare intatta al matrimonio.
“…i tacchi delle scarpe affondano nella terra, ad ogni passo mi pianto nel terreno come uno dei suoi ortaggi. Vorrei restare qui e crescere solo con l’acqua e con il vento. Lasciarmi staccare le foglie una a una, aggrapparmi al sostegno di una canna nodosa per svilupparmi dritta…”
Quando il tacito sistema di oppressione femminile in cui vive la costringe ad accettare un abuso, Oliva si ribella ed oppone il proprio diritto di scelta, pagando il prezzo di quel no.
“…forse, se ricominciassi, le giornate tornerebbero a essere divise in ore e il tempo in giorni, e anche questa prigionia finirebbe prima…” “… mai la salita mi è sembrata così lunga, e dopo un po’ sento i piedi dolermi. Rosa, rosae, rosae, ripetevo in mente da ragazzina, risalendo dal mare verso casa, per non sentire la fatica, quando credevo ancora che le belle parole avrebbero vinto ogni ingiustizia, ogni dolore. Se avessi ancora quell’età mi sfilerei le scarpe per il solletico del lastricato sotto le piante dei piedi. Ma il tempo passa e non sempre invano: ho messo tanta lontananza tra me e quella ragazzina scalza e spettinata che non saprei parlarle se la incontrassi oggi…”
