“Un disordine di pietre castigate dal vento del levante

“Pietre nel levante” – Un io narrante torna sui passi della propria infanzia. Racconta un paesino dell’Aspromonte in “quell’ultimo tempo antico tra la metà degli anni ’50 e i primi del ’60”. Racconta un disordine di pietre castigate dal vento del levante. Racconta fame, miseria, disparità sociale.
Il popolo ancora coltiva riti, abitudini e costumi millenari, ancora è inchiodato ai sottili, quasi impercettibili, strati in cui presume di distinguersi, ancora china la testa, ancora serve i padroni. Uomini e cose sprigionano un senso di immutabilità, o si destano appena dal torpore dei secoli, mentre sullo sfondo, lontana, l’Italia si alza, cresce, è alle soglie del boom economico, delle svolte epocali.

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Nostalgia e malinconia sono i toni dominanti di un racconto avvincente e a volte crudo, dall’indubbio impatto emotivo.

“Pietre nel levante”

è romanzo vero, ma pure documento memoriale, testimonianza necessaria.

“…E’ ancora questa la mia terra.
Le appartengo.
E non potrei altrimenti. Vi sono nato, vi ho dimorato i miei morti, che incatenano più dei vivi. Mi inchioda il marchio di troppi ricordi.
Tornerò sempre qui dove fu intera la mia famiglia. Tornerò a rigirarmi nel letto al tintinnio della pioggia sui vetri. Tornerò a saziarmi del mio tempo migliore. Tornerò a respirare un’aria che già fu fiato di mio padre.
Tornerò sempre in questa mia terra, perchè qui sarò a casa”