Elena Ferrante racconta la storia del nuovo cognome

“Storia del nuovo cognome”, ovvero… piccole amiche crescono.

Ma che fine aveva fatto Lila?

Se arrivo a chiedermelo, allora, forse, qualcosa mi è rimasto dentro. Curiosità? Immedesimazione?

Forse un po’ l’uno, un po’ l’altro. Ma, per me, è stata la spinta giusta per comprare, in un colpo solo, i volumi che seguono a “L’amica geniale”. Mi porto a casa i tre racconti (“Storia del nuovo cognome”, “Storia di chi fugge e di chi resta“, “Storia della bambina perduta“)

Leggo subito la quarta di copertina del secondo volume della quadrilogia della Ferrante.  Già l’approccio è diverso. “..Ritroverete subito Lila ed Elena, il loro rapporto di amore ed odio, l’intreccio inestricabile di dipendenza e volontà di autoaffermazione”.

La curiosità mi spinge ad iniziare a leggere…

Elena e Lila si rincorrono in un’altalena di vicende e stati d’animo.

Capii che ero arrivata fin là piena di superbia e mi resi conto che – in buona fede certo, con affetto – avevo fatto tutto quel viaggio soprattutto per mostrarle ciò che lei aveva perso e ciò che io avevo vinto. Lei naturalmente se ne era accorta fin dal momento in cui le ero comparsa davanti. Ora stava reagendo spiegandomi di fatto che non avevo vinto niente. Che al mondo non c’era alcunché da vincere. Che la sua vita era piena di avventure diverse e scriteriate proprio quanto la mia. Che il tempo semplicemente scivolava via senza alcun senso. Che era bello solo vedersi ogni tanto per sentire il suono folle del cervello dell’una echeggiare dentro il suono folle del cervello dell’altra”

Adesso, inspiegabilmente, mi capitava di ritrovarmi nell’uno o nell’altro personaggio, o desiderare di essere stata l’una o l’altra, a seconda delle occasioni.

Per la prima volta leggevo frasi che facevo subito mie

“Ho capito solo in seguito che so essere quietamente infelice solo perché sono incapace di reazioni violente. Le temo. Preferisco restare immobile coltivando il rancore”.

Oppure: “Avrei avuto sempre paura. Paura di dire la frase sbagliata, di usare un tono eccessivo, di essere vestita in modo inadeguato. Di rivelare sentimenti meschini. Di non avere pensieri interessanti”.

E ancora: “Si, si, che io sia punita per la mia inadeguatezza. Che mi accada il peggio. Qualcosa di così devastante da impedirmi di far fronte a stanotte, a domani, alle ore e ai giorni che verranno, ribadendomi con prove sempre più schiaccianti la mia costituzione inadatta”.

Le espressioni della Ferrante, adesso, mi colpivano al punto da rendermi accattivante la prosecuzione della lettura.

Eppure ora che di anni ne avevamo diciasette pareva che la sostanza del tempo non fosse più fluida, ma avesse preso un aspetto colloso e ci girasse intorno come una crema gialla dentro una macchina di pasticcere”

Tra alti e bassi, le due protagoniste riescono a prendersi le loro rivincite sulla vita:

un matrimonio facoltoso per l’una, un romanzo di successo per l’altra.

Fu il primo in assoluto a dimostrarmi praticamente com’è confortevole arrivare in un ambiente estraneo, potenzialmente ostile, e scoprire che sei stata preceduta dalla tua buona fama. Che non devi far nulla per farti accettare, che il tuo nome è già noto. Che di te si sa già abbastanza. Che sono gli altri, gli estranei, a dover faticare per entrare nelle tue grazie e non tu per entrare nelle loro”.

Elena e Lila riescono a portare avanti, in qualche modo, questa amicizia fatta di amore ed odio, accomunate forse solo da qualche comune convinzione.

Ogni cosa del mondo era in bilico, puro rischio, e chi non accettava di rischiare deperiva in un angolo, senza confidenza con la vita”.

 

annagi